Otto anni all’estero: imparare a vivere nelle contraddizioni
Il 5 settembre saranno otto anni da quando vivo in Portogallo.
Otto anni sono abbastanza per smettere di sentirsi “quella che è appena partita”, ma forse non abbastanza per smettere di sentirsi, almeno un po’, straniera. E credo che sia proprio qui che si nasconda una delle contraddizioni più interessanti del vivere lontano da casa: dopo un certo punto non cerchi più di risolverle. Impari ad accettarle.
Per molto tempo ho pensato che prima o poi avrei dovuto sentirmi completamente a casa. Che adattarsi significasse arrivare a un momento in cui il nuovo posto non fosse più “l’estero”, ma semplicemente casa.
Oggi non ne sono più così sicura.
Posso sentirmi a casa in un posto che, allo stesso tempo, non sarà mai completamente casa mia. Posso amare la vita che mi sono costruita qui e sentire nostalgia di quella che ho lasciato. Posso essere felice di essere partita e, qualche volta, chiedermi come sarebbe stata la mia vita se fossi rimasta.
Le due cose possono essere vere contemporaneamente.
Anche la lingua, per me, racconta bene questa contraddizione.
Oggi posso parlare portoghese fluentemente e usarlo ogni giorno anche nel mio lavoro. Posso avere conversazioni professionali, scherzare, discutere, spiegare quello che penso e sentirmi perfettamente a mio agio in una lingua che otto anni fa non parlavo.
Eppure, quando parlo, c’è ancora il mio accento italiano.
È una cosa piccola, ma mi piace pensare che dica molto di cosa significa vivere all’estero: puoi fare tua una nuova lingua senza cancellare quella da cui sei partito.
Non tutto ciò che impariamo deve sostituire ciò che eravamo prima.
Vivere all’estero ti mette continuamente davanti a piccole contraddizioni. Vuoi integrarti, ma non vuoi perdere le tue abitudini. Vuoi sentirti parte del posto in cui vivi, ma ci sono aspetti della tua cultura che continui a cercare ovunque. Ti abitui a non essere completamente compreso, ma allo stesso tempo impari a conoscere meglio chi sei.
Anche le relazioni cambiano.
Ci sono amicizie che riescono a sopravvivere a migliaia di chilometri, anni senza vedersi e vite completamente diverse. E poi ci sono persone che sono state fondamentali in un determinato periodo e che, semplicemente, non fanno più parte della tua quotidianità.
Per anni ho associato la distanza alla perdita. Oggi penso che sia anche un modo per capire che non tutte le persone devono restare per sempre per essere state importanti.
E lo stesso vale per i luoghi.
Ci sono città che diventano casa, ma magari solo per qualche anno. Ci sono luoghi che lasci convinto di non tornarci più e che invece continui a portarti dentro. Ci sono posti in cui non vivi più, ma che hanno ancora un ruolo nella persona che sei diventato.
Dopo otto anni, quindi, mi sento ancora un po’ “tra due mondi”.
Ma forse non è più qualcosa da risolvere.
Forse non devo decidere quale sia la mia vera casa. Non devo scegliere se sentirmi più di qui o di là. Non devo dimostrare di essermi integrata abbastanza, né giustificare il fatto che, dopo così tanto tempo, alcune cose mi manchino ancora.
Posso appartenere a più luoghi senza appartenere completamente a nessuno.
Posso parlare portoghese con il mio accento italiano. Posso sentirmi a casa qui e avere nostalgia di là. Posso costruire nuove amicizie senza dimenticare quelle che mi hanno accompagnato fin qui. Posso cambiare senza dover rinnegare le versioni precedenti di me.
Forse vivere all’estero non significa trovare finalmente il posto giusto.
Magari significa accettare che, in qualche modo, una parte di te resterà sempre altrove.
E dopo otto anni, per la prima volta, penso che vada bene così.
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