Essere italiani oltre la pizza
L'Italia è un paese, in generale, abbastanza apprezzato a livello internazionale. La nostra cultura viene associata alla convivialità, alla simpatia, al calore umano, alla cucina, alla bellezza.
Eppure, a volte, essere italiani fuori dall'Italia può trasformarsi in una strana forma di rappresentazione.
Da italiana fuori dall'Italia, capita anche a me di sentire addosso la necessità di corrispondere a certe aspettative sulla mia cultura e sulla mia identità.
Saper cucinare bene.
Gesticolare mentre parlo.
Essere espansiva, calorosa, “tipicamente italiana”.
Essendo che in queste caratteristiche non mi ci identifico, mi è capitato in passato di avvertire una certa sensazione sottile di stare deludendo l’altro.
Come se esistesse un'unica italianità. Quella dei film, della pizza, di Totò.
Come se l’identità potesse essere rinchiusa dentro uno stereotipo. Come se obbedisse a criteri rigidi e universali.
L’Italia è un Paese relativamente piccolo, eppure pieno di identità culturali diverse.
Nord e Sud, città e province, dialetti, abitudini, modi differenti di vivere le relazioni, il cibo, la famiglia.
E a tutto questo si aggiunge la storia personale, l'educazione ricevuta, le tradizioni della propria famiglia, le esperienze vissute.
Non esiste una sola italianità.
Il problema nasce quando trasformiamo l’identità in una performance.
Quando smettiamo di viverla liberamente e la releghiamo ai cliché.
Essere italiani non dovrebbe significare aderire a uno stereotipo culturale, ma avere la libertà di abitare la propria identità nel modo più autentico possibile.
Non sei meno italiano se non ti piace cucinare.
Non sei meno italiano se il tuo modo di stare al mondo non corrisponde all’immagine che gli altri si aspettano.
E forse la forma più sana di identità è proprio questa:
quella che lascia spazio alla complessità di essere una persona, prima ancora che un simbolo culturale.
Quindi ti chiedo: cosa significa per te essere italiano?
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