"Pensi che in futuro tornerai?" - Perché questa domanda ci irrita

Non so voi, ma questa domanda "da un milione di euro" mi è stata posta un numero indefinibile di volte negli ultimi otto anni.

“Pensi che in futuro tornerai?”

Ormai riesco quasi a prevedere il momento esatto in cui arriverà. Di solito succede durante una conversazione casuale con amici di amici. È una domanda fatta quasi sempre con naturalezza, senza cattiveria. Eppure ogni volta provoca in me la stessa reazione: una forte irritazione.

La risposta che spesso ho pensato di dare sarebbe qualcosa tipo:

“E tu sai se tra dieci anni vorrai una macchina diversa? O se vivrai ancora nella stessa città? O se farai lo stesso lavoro?”

Perché la verità è che è impossibile rispondere a una domanda del genere. È impossibile allo stesso modo in cui è impossibile prevedere il futuro. Nessuno sa davvero dove sarà tra cinque, dieci o vent’anni. Eppure, per qualche ragione che ancora oggi mi sfugge, sembra che chi vive all’estero debba avere certezze molto più solide sul proprio futuro rispetto a chi non è mai partito.

Come se trasferirsi in un altro Paese trasformasse automaticamente la tua vita in un progetto con una data di scadenza.

Con il tempo, superata la voglia di rispondere in modo sgarbato, ho iniziato a chiedermi cosa motivi una domanda del genere. E sono arrivata a una conclusione.

Secondo me, questa domanda contiene un presupposto molto preciso: che vivere all’estero sia una parentesi temporanea. Una deviazione dalla “vita vera”. Come se esistesse sempre un ritorno previsto, un finale naturale della storia. Come se costruire una vita altrove fosse qualcosa di incompleto finché non si rientra nel proprio Paese.

Ed è questo, forse, l’aspetto frustrante. È come se la vita all’estero venisse vista come una lunga esperienza temporanea.

E quindi no, non so se un giorno tornerò. Ma non è questa la domanda giusta.