Si vive meglio in Italia o all'estero?

Partiamo da un concetto basico, cominciando dalla seconda parte della frase: “estero”.
Quando diciamo la parola estero ci stiamo riferendo a qualsiasi Paese o territorio diverso dal proprio Stato di origine o di residenza. Concorderete con me sul fatto che, per rispondere alla domanda su dove si viva meglio, sia prima necessario restringere il campo.

“Estero”, di per sé, non significa nulla.
Eppure molte persone amano dire: “In Italia si sta male, si sta meglio all’estero.”

Forse, a volte, quello che stanno cercando di esprimere non riguarda davvero il Paese in cui vivono, ma una più profonda insoddisfazione verso la propria vita, ovunque essa sia.

Veniamo dunque alla prima parte della domanda: “si sta meglio in Italia o…”

L’idea di stare meglio o peggio da qualche parte ha a che vedere con criteri estremamente soggettivi.
Quello che fa stare bene me potrebbe non essere ciò che fa stare bene te.

Possiamo dare per scontato, per un momento, che in questa domanda siano impliciti aspetti legati al welfare di un Paese: il salario, l’efficienza del sistema sanitario, i trasporti, la qualità del cibo, le opportunità lavorative.

E certo, questi aspetti possono essere osservati, misurati, trasformati in statistiche e classifiche.

Per esempio, la Finlandia viene spesso definita il Paese più felice del mondo secondo diversi ranking internazionali. Eppure, allo stesso tempo, continua ad avere tassi di depressione tra i più alti in Europa e un problema legato ai suicidi.

Questo non significa che quei dati siano falsi, ma che la felicità umana è molto più complessa di una classifica.
Un Paese può funzionare bene sotto molti aspetti e, allo stesso tempo, lasciare spazio a profonde solitudini interiori.

Come misuriamo tutto ciò che, invece, rende umana una vita?
La qualità delle relazioni.
L’assenza di stress costante.
Il senso di appartenenza.
La possibilità di sentirsi accolti.
La presenza di affetto, di ascolto, di intimità.
L’autostima.
Il senso di realizzazione.

Sembra quasi che gli aspetti più relazionali ed emotivi abbiano meno valore nel discorso su dove si stia bene o male.
Eppure sono spesso quelli che, nel silenzio della quotidianità, determinano davvero la nostra qualità di vita.

Questo articolo è un invito a guardarsi dentro più che fuori, più che alle statistiche o ai ranking internazionali.

Per capire dove stai bene, forse le classifiche aiutano solo fino a un certo punto.
Forse ha più senso chiedersi:

“Mi sento accolto in questo luogo o mi sento un estraneo?”
“Le mie qualità vengono valorizzate o continuamente oscurate?”
“Posso essere me stesso senza dovermi spiegare continuamente?”
“Sento di avere qualcuno che ascolta davvero ciò che provo?”

Perché a volte non è il Paese a farci stare male, ma il modo in cui esistiamo dentro quel luogo.
E altre volte non è il luogo perfetto a salvarci, ma la possibilità di sentirci vivi, riconosciuti e in relazione con qualcuno.

Forse la domanda non è davvero:
“Dove si vive meglio?”

Ma:
“Dove riesco a sentirmi più autenticamente me stesso?”

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